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Punto & Contropunto

Punto & Contropunto

Giuseppe Onufrio Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia e Massimo Beccarello Direttore Energia e Ambiente in Confindustria

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Punto & Contropunto è mediata da una tradizione anglosassone. In molte riviste, ma anche in testi divulgativi, si mettono a confronto sullo stesso argomento le opinioni di personalità provenienti da approcci empirici e culturali differenti. Anche la nostra rivista intende proporre questa modalità

Giuseppe Onufrio
Direttore Esecutivo di
Greenpeace Italia
Giuseppe Onufrio Massimo Beccarello Massimo Beccarello
Direttore Energia e Ambiente in
Confindustria


1. Quali i punti importanti, se ritenete che ve ne siano, dell’Accordo di Parigi?

O: L’accordo di Parigi, oltre a introdurre per la prima volta l’obiettivo di mantenere la temperatura al di sotto dei 1,5 °C, introduce un meccanismo progressivo di verifica e controllo degli impegni, forse troppo lento, ma chiaro. Gli impegni attuali sono giudicati espressamente insufficienti e dunque l’accordo ha anche il senso di una presa di coscienza globale che non ha precedenti. Tra i punti invece discutibili, l’assenza di un impegno preciso sulla deforestazione e il livello delle risorse per i Paesi in via di sviluppo che è insufficiente, per quanto il testo finale sia migliore su questo punto rispetto alle bozze precedenti.

B: La ventunesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, tenutasi a Parigi lo scorso dicembre, costituisce una tappa fondamentale nello sviluppo della politica internazionale di lotta ai cambiamenti climatici.

Per la prima volta nella storia 195 Paesi hanno sottoscritto un accordo globale che ha lo scopo di affrontare una delle più importanti sfide del nostro tempo: contenere il surriscaldamento del pianeta entro i limiti di sostenibilità stabiliti dalla comunità scientifica.

L’obiettivo che ci si è posti è particolarmente ambizioso e ben definito: contenere l’innalzamento medio delle temperature al di sotto di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali.

Meno chiari sono gli strumenti per raggiungere l’obiettivo, dato che non emerge dal testo dell’Accordo un metodo condiviso per ridurre le emissioni in maniera efficace ed equilibrata.

L’Accordo di Parigi è prima di tutto un successo politico, per il quale un grande merito va riconosciuto all’Unione Europea (e ai suoi Stati membri), che da circa vent’anni mantengono la leadership indiscussa nella lotta ai cambiamenti climatici.

Il principale merito del testo sottoscritto è quello di formalizzare una responsabilità condivisa nella sfida globale al surriscaldamento del pianeta, sfida che da oggi non interessa più solo il club dei Paesi che ai tempi del Protocollo di Kyoto potevano dirsi “ricchi”, ma tutti i firmatari dell’Accordo, anche se con alcune differenze.

Negli ultimi venti anni la globalizzazione ha stravolto gli equilibri che contrapponevano un occidente ricco di risorse e know-how a intere aree del mondo che si avviavano alle prime fasi di sviluppo economico concreto. Negli ultimi 10 anni l’economia globale è stata trainata proprio da quei Paesi che ponevano al centro dell’agenda politica la crescita economica, ad ogni costo e con ogni mezzo: si pensi ai paesi BRICS o al sud-est asiatico, le cui perfomance – nonostante la crisi recente – rimangono in termini di PIL ben più dinamiche di quelle della vecchia Europa.

Il successo di Parigi sta proprio nel riconoscimento che la sostenibilità ambientale va di pari passo con lo sviluppo economico, e che per raggiungere gli ambiziosi obiettivi condivisi dalla comunità internazionale, sarà necessario lo sforzo di tutti.

2. Ritenete che vi saranno conseguenze e cambiamenti dopo l’accordo?

O: L’accordo è stato preceduto e seguito da diverse iniziative che hanno creato un contesto estremamente positivo. La moratoria sulle miniere di carbone di USA e Cina è un passo importante, come anche le diverse iniziative di disinvestimento dal carbone e dalle fossili che hanno preceduto la COP21. Finanziare i grandi progetti fossili, come ha finora fatto la Banca Mondiale, sarà adesso molto più difficile. Questo non vuol dire che la strada sia in discesa, ma che una dinamica nuova si è innescata e che sta producendo cambiamenti nelle politiche dei principali attori in campo. La partita è aperta, non sarà una passeggiata ma si può vincere.

B: Conseguenze e cambiamenti ci devono essere, altrimenti avremo solo perso tempo. Sicuramente l’Europa vede confermati i propri obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e al 2050, per i quali continuerà a sviluppare le politiche stabilite dal Pacchetto Clima-Energia e dalla strategia sull’Energy Union.

Proprio per questo, in assenza di sforzi equiparabili da parte delle altre aree economiche del mondo – ad oggi non pervenuti –, vediamo la necessità di un cambio di passo, sempre più urgente e non più procrastinabile. Difatti non possiamo parlare seriamente di lotta ai cambiamenti climatici globali se non teniamo in considerazione che l’Unione Europea è l’unica area economica del mondo ad aver adottato una normativa vincolante sulla totalità delle emissioni prodotte sul proprio territorio, mentre il contributo europeo alle emissioni globali è in progressivo calo (ad oggi è circa il 9%).

I cambiamenti di rotta più significativi dovranno riguardare le politiche di mitigazione di quei Paesi che oggi prevedono di raggiungere il picco di emissioni fra 15-20 anni, alla luce del fatto noi europei già nel 2014 abbiamo ridotto le nostre del 23% rispetto ai livelli del 1990. Questo cambio di passo – o meglio “allineamento” agli standard europei – è ancor più urgente alla luce del meccanismo di revisione dei contributi nazionali previsti dall’Accordo di Parigi: bisogna infatti scongiurare il rischio che l’Unione Europea sia la sola ad inasprire i propri obiettivi di mitigazione, peraltro già tra i più ambiziosi in assoluto.

Il secondo cambiamento che dovrà accompagnare la decarbonizzazione interesserà le politiche pubbliche in capo ai singoli Governi: bisogna già da ora impostare una strategia di lungo periodo che coinvolga in maniera proattiva enti pubblici e privati nel finanziamento alla politica di lotta ai cambiamenti climatici, i cui costi dovranno essere ripartiti equamente tra i diversi settori dell’economia. I vincoli di spesa pubblica e, i molti casi, l’elevato indebitamento degli Stati, non possono far ricadere solo sul settore privato l’onere per gli investimenti necessari alla riduzione delle emissioni.

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3. Tra i punti dell’accordo è stata auspicata una quasi totale de carbonizzazione entro il 2050 per i Paesi industrializzati. Ritenete che sia possibile? E con quali strumenti?

O: Come Greenpeace produciamo scenari di de carbonizzazione totale da una decina d’anni e più di una volta i nostri scenari a breve sulle rinnovabili sono stati superati dal mercato, anche se siamo stati quelli ad avvicinarsi di più alla realtà, rispetto a previsioni “ufficiali”. Non solo è possibile ma avrebbe anche vantaggi importanti sia sull’occupazione che su altri aspetti che sono rilevantissimi, come l’inquinamento dell’aria che rappresenta un’emergenza sanitaria e non solo in Asia, ma anche, pur in termini diversi, in Europa e in Italia. Occorrono politiche e misure coerenti per i diversi settori, che mettano al centro le fonti rinnovabili e la mobilità sostenibile progressivamente elettrica. Sulle politiche e misure ci vorrebbe molto più spazio che una domanda. I titoli sarebbero:

a. stabilità a lungo termine delle politiche sulle rinnovabili;

b. stabilità a lungo termine delle condizioni di mercato (prezzi);

c. procedure trasparenti di pianificazione;

d. accesso alla rete elettrica per tutti.

Poi occorre anche un set ampio di misure normative: da standard minimi obbligatori di efficienza in tutti gli utilizzi dell’energia, obiettivi obbligatori per le quote di rinnovabili da rivedere periodicamente; dall’eliminazione dei sussidi diretti e indiretti alle fossili all’incentivazione delle tecnologie rinnovabili non ancora competitive. Quello che assolutamente non si deve fare è promuovere politiche stop-and-go o peggio misure retroattive per colpire le rinnovabili. Il nostro Paese, che ha avuto una buona performance nella crescita delle rinnovabili, da alcuni anni sta promuovendo politiche distruttive sulle rinnovabili tese a bloccarne l’ulteriore evoluzione invece di consolidarla.

B: Come già detto, l’Accordo di Parigi dovrebbe stimolare un cambio di rotta nei paesi poco virtuosi, mentre per l’Europa si confermano gli obiettivi già stabiliti. Solo quando le altre aree economiche del mondo intensificheranno i propri sforzi, l’obiettivo sarà credibile e finora, sinceramente, non ne vediamo le condizioni.

Tornando all’Europa, bisogna ricordare che già nel 2008 i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea avevano indicato come linea-guida di lungo periodo il taglio delle emissioni dell’85-90% entro il 2050, obiettivo poi confermato dalla Roadmap verso un’economia a basso contenuto di carbonio del 2011.

Dobbiamo constatare che a Parigi non è stato sposato l’approccio top-down finora adottato dall’Unione Europea, in cui si stabilisce un obiettivo e si impone una legislazione di tipo vincolante per il suo raggiungimento. Si è piuttosto preferito un approccio bottom-up, in cui ogni Paese decide in base alle specificità nazionali il proprio contributo di riduzione, gli strumenti più idonei per attuarlo e il periodo di riferimento. Da queste premesse appare chiaro l’intento di alcuni Stati di impegnarsi nello sforzo di riduzione delle emissioni globali, senza però compromettere le proprie ambizioni future in termini di crescita economica e sviluppo (ad esempio, la Cina, che oggi conta per oltre un quarto delle emissioni globali, prevede di raggiungere il picco emissivo solo nel 2030, per poi iniziare un processo di graduale riduzione).

L’estrema eterogeneità dei piani nazionali sul clima, che costituiscono la colonna portante per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione, mina alla radice l’idea di creare uno strumento unico – ad esempio un mercato globale delle emissioni – e quindi di garantire un level playing field tra chi dovrà sostenere gli oneri della sfida al surriscaldamento globale.

4. L’accordo avrà un impatto sui temi dell’energia e sull’andamento della occupazione?

O: Se preso in modo coerente e dunque se si procederà verso una de carbonizzazione spinta, certamente ci sarà un impatto assai rilevante e non solo nel settore strettamente energetico, ma avrà un impatto in tutti i settori di utilizzo dell’energia e dunque nell’intera economia, dal settore delle costruzioni ai trasporti, dalla manifattura a gli usi residenziali. La de carbonizzazione spinta come delineata nel nostro scenario Energy [R]evolution (2015) prevede di aumentare gli investimenti che a livello globale stimiamo nell’ordine di 1660 miliardi di dollari all’anno fino al 2050, solo per il settore elettrico. Questi investimenti sarebbero compensati per oltre la metà dai risparmi in combustibili fossili e relativi investimenti e dunque coprirebbero abbondantemente il gap tra lo scenario di decarbonizzazione e quello di riferimento dell’IEA (WEO 2014). L’impatto sull’occupazione diretta nel settore energetico – escludendo l’indotto, che è più difficile da stimare – è di 19 milioni di posti aggiuntivi rispetto allo scenario di riferimento, il che porterebbe l’occupazione totale nel solo settore energetico a 46 milioni di persone globalmente.

B: La produzione e il consumo di energia pesano per il 70% delle emissioni globali, percentuale che incide in maniera determinante sullo scenario emissivo dei singoli Paesi.

È quindi evidente che la lotta ai cambiamenti climatici passa attraverso una profonda trasformazione dei sistemi di approvvigionamento e utilizzo dell’energia, con le conseguenze inevitabili che ne derivano per le scelte del mix energetico in capo ai Governi nazionali.

In Europa il settore termoelettrico già da anni investe ingenti risorse nella trasformazione in chiave ‘green’ dei propri processi produttivi e, in Italia in particolare, la produzione di energia da fonti rinnovabili è tra le più significative del continente.

Anche il settore industriale ha dimostrato di poter efficientare le proprie produzioni in maniera significativa, come mostrano i più recenti dati di prestigiosi istituti internazionali (OCSE, Agenzia Europea dell’Ambiente) e nazionali (Rapporto GreenItaly 2015, Relazione sullo stato della Green Economy in Italia a cura del Consiglio Italiano per la Green Economy).

Altri settori, che pur contribuiscono in maniera importante alle emissioni climalteranti, come i trasporti e il residenziale, offrono margini più ampi di riduzione delle emissioni, poiché fino ad ora hanno contribuito in maniera meno significativa al percorso di decarbonizzazione.

È evidente che gli ulteriori sforzi di mitigazione derivanti dall’Accordo di Parigi richiederanno un avanzamento sempre più repentino della frontiera tecnologica, nella direzione di una “zero emissions economy”.

Se l’intento è sicuramente condivisibile da un punto di vista teorico, risulta molto più arduo valutare gli effetti che questo percorso avrà sugli attuali sistemi economici, e infatti non è un caso che l’Accordo di Parigi rimandi ai Governi nazionali la definizione di strumenti adeguati per raggiungere l’obiettivo.

L’unica certezza, ad oggi, è che una trasformazione di tale portata avrà impatti non trascurabili sugli attuali assetti produttivi, così come sulla modalità di trasporto e urbanizzazione. In definitiva, si creeranno nuovi posto di lavoro, ma se ne perderanno altri e, nel medio termine, le conseguenze sui sistemi di welfare e sulle finanze pubbliche potrebbero creare tensioni sociali non trascurabili, soprattutto se non accompagnate da adeguate misure di supporto.

Tutto ciò è ancor più vero in un contesto in cui non è chiaro in che modo potranno essere comparati gli sforzi dei Paesi che hanno sottoscritto l’accordo, con il rischio che l’Europa continui per la strada virtuosa, ma costosa, intrapresa già negli ultimi anni, mentre il resto del mondo andrà ad un passo decisamente più moderato verso la decarbonizzazione (questo è già ricavabile dal confronto dei contributi nazionali presentati a Parigi dai diversi Paesi, tra i quali quello dell’Unione Europea è sicuramente il più ambizioso).

5. Il tessuto industriale italiano potrà reggere la sfida internazionale in merito a un cambiamento dei modi di produrre?

O: Sono sicuro di sì. Siamo stati capaci di installare 11 GW di solare fotovoltaico in un solo anno, battendo il record della Germania, solo la Cina ci ha superato. Il nostro Paese ha una difficoltà a generare e a diffondere innovazione ma quando ci riesce è più efficiente e veloce di altri e questo lo vediamo in diversi campi. La questione che abbiamo di fronte è mettere assieme i diversi interessi e strategie, e fare sistema integrando le grandi aziende e il tessuto prevalente che è fatto di piccole e medie imprese. Certo che se l’inerzia del passato fossile prevarrà allora avremo dei problemi. La svolta nelle strategie di Enel è un ottimo segnale sia in Italia che globalmente. Speriamo che anche altre grandi aziende si muovano nella stessa direzione. Mobilità elettrica pubblica e privata, produzione di calore con quote crescenti di rinnovabili, efficientamento degli edifici: le politiche di de carbonizzazione avrebbero un effetto di stimolo positivo per tutta l’economia. E, da ultimo ma non meno importante, va assolutamente rilanciata la ricerca: nuove soluzioni e nuove tecnologie richiedono anche investimenti nella conoscenza e nell’analisi. Una risorsa decisiva per la sfida enorme che abbiamo di fronte è l’intelligenza e la conoscenza, sarebbe ora che la politica lo capisca e ne tragga le opportune conseguenze.

B: Allo stato attuale, dobbiamo essere prudenti e realistici.

Se è vero che le nostre imprese sono all’avanguardia nello sviluppo di processi produttivi sempre più sostenibili, chiedere alla manifattura di sostenere i maggiori oneri della decarbonizzazione rischia di spiazzare molte produzioni, anche a livello nazionale.

Bisogna infatti considerare che una percentuale significativa del nostro settore manifatturiero rientra nel meccanismo europeo di scambio di quote di CO2 (ETS), la cui riforma è in corso in questi mesi a Bruxelles.

L’ETS, che comprende circa 11.000 impianti in Europa e 1.300 solo in Italia, rappresenta il principale strumento della politica climatica ed energetica dell’Unione Europea e la sua riforma è una tappa fondamentale verso il percorso segnato dall’Accordo di Parigi.

Purtroppo, dalla proposta della Commissione europea per la regolazione del meccanismo nel periodo 2021-2030 emergono più problemi che soluzioni, poiché è altamente probabile che l’assegnazione di quote a titolo gratuito ai settori esposti al rischio di delocalizzazione, che oggi costituisce il principale strumento a tutela della nostra industria, non sia sufficiente a garantire gli impianti coinvolti dal rischio di “dumping ambientale”.

Per noi è fondamentale che il costo sostenuto dalle imprese europee per la lotta ai cambiamenti climatici non sia unilaterale, pena la delocalizzazione progressiva di interi comparti produttivi. Purtroppo dobbiamo constatare che a Parigi non si è riusciti a cogliere quella che per noi è una precondizione della sostenibilità ambientale, cioè il level playing field tra competitori del mercato globale.

Nel testo non si fa mai cenno, se non per sommi capi, ai carbon markets (come l’ETS), al carbon pricing più in generale o a sistemi di carbon tax come parte della fiscalità ambientale, segno che la comunità internazionale non è ancora pronta a sviluppare un metodo condiviso per ridurre le emissioni.

Paris Cop 21 

6. Si parla sempre di più di trasferimento di tecnologie verso i Paesi in via di sviluppo in modo da favorire l’abbassamento delle emissioni climalteranti. Vi saranno impatti positivi per la nostra economia sotto forma di maggiori opportunità?

O: Anche in questo campo il nostro Paese può giocare un ruolo globale. A patto che sappia integrare capacità nel mercato interno e proiezione in Paesi terzi. La vecchia logica per cui, ad esempio, gli investimenti in rinnovabili vadano fatto prevalentemente all’estero mentre qua spingiamo per tornare a usare più gas sono un nonsense. Come ha detto Francesco Starace, amministratore delegato e direttore generale di Enel, a una riunione internazionale di Greenpeace, se le rinnovabili funzionano bene nei Paesi emergenti possono funzionare benissimo anche da noi.

B: Il progresso tecnologico costituisce le fondamenta sulle quali costruire una qualsivoglia politica di lotta ai cambiamenti climatici, tanto nei paesi industrializzati quanto in quelli in fase di transizione.

Lo sviluppo di nuove tecnologie è essenziale per garantire l’efficacia degli sforzi che i Paesi sviluppati dovranno compiere sul fronte interno ed è anche una conditio sine qua non dei processi di trasferimento tecnologico verso i paesi in via di sviluppo.

In questo frangente deve inserirsi la visione strategica dei singoli Governi, che affianchi agli investimenti del settore privato un chiaro e coerente impegno dello Stato, il quale dovrà essere in grado di orientare opportunamente le politiche pubbliche (fiscali, industriali, di R&I) verso i settori strategici per la trasformazione dell’economia in chiave ‘green’.

Auspicalmente, in Italia potremo sfruttare l’occasione offerta dall’annunciato ‘Green Act’, per garantire il contributo dell’Italia al Green Climate Fund confermato dalla COP21 e, allo stesso tempo, rivedere i principi cardine che governano la complessa fiscalità ambientale ed energetica del nostro Paese.

7. Se dall’Accordo di Parigi dovesse scaturire una reale transizione verso una Low Carbon Society, sarà equa?

O: Dipende da come la si farà. In linea di massima, comunque, un’economia a basse emissioni di carbonio è di per sé tendenzialmente più equa. Come Greenpeace l’abbiamo sperimentato in un progetto che abbiamo promosso due anni fa di una micro-rete a scala di villaggio, basata su impianti fotovoltaici e su un sistema di accumulo con batterie, a Dharnai nella regione del Bihar, una delle più povere dell’India. Il sistema – che comprende anche 10 impianti di pompaggio dell’acqua e una rete di illuminazione pubblica a LED - è stato messo in piedi in tre mesi e il villaggio, di oltre duemila persone, ha finalmente la luce tutto il giorno, pagando bollette eque per finanziarsi. Se funziona in un’area rurale dell’India vuol dire che, con gli opportuni adattamenti, potrebbe essere replicato anche altrove.

B: Questo è un punto fondamentale dell’Accordo. Come detto in precedenza, il salto di qualità compiuto a Parigi consiste nel riconoscimento di un’urgente azione collettiva che impegni tutti gli Stati parte dell’accordo. È chiaro che questo avverrà secondo i principi, già riconosciuti dal Protocollo di Kyoto, di ‘common but differentiated responsibiliteis’, secondo cui i Paesi che meno hanno contribuito alle emissioni globali devono partecipare in maniera proporzionale alla loro riduzione. A questo si aggiunga il principio del ‘loss and damage’, che consiste nel riconoscimento di una sorta di risarcimento danni per i Paesi in via di sviluppo impattati da cambiamenti climatici ai quali da soli non possono far fronte.

Questi due principi, insieme al fondo da 100 miliardi di dollari per finanziare il ‘capacity building’ nelle aree più povere del mondo, dovrebbero garantire l’equità della transizione energetica ed economica.

Bisogna però fare molte attenzione alle modalità con cui queste ingenti somme di denaro verranno effettivamente spese e a chi saranno destinate. Per le imprese italiane ed europee il rischio concreto è che competitor di aree del mondo oramai ampliamente sviluppate, come la Cina, l’India e il Brasile, godano di vantaggi competitivi dovuti non solo ai vincoli ambientali meno severi imposti nelle rispettive giurisdizioni, ma anche di aiuti pubblici che i nostri sistemi economici non possono garantire.

Si tratta di fattori che inevitabilmente andranno ad impattare sulla competitività, e sulla stessa composizione, dei nostri tessuti produttivi.

8. Vi sarà un ruolo delle città, magari anche opportunità, nel processo di de carbonizzazione, magari con un rilancio di una corretta pianificazione urbana che tenga conto anche del ruolo delle aree agricole?

O: Le città sono fondamentali com’è ovvio. La difficoltà qua è sia culturale – portare la logica della de carbonizzazione a livello di pianificazione locale fino a come si fanno le gare d’appalto. Ci sono esperienze positive in giro per l’Italia anche se, purtroppo, prevalgono ancora visioni del passato su come le città debbano evolversi. Pensare di continuare a costruire strade per la mobilità su gomma è, ad esempio, un problema serio. Oppure promuovere aeroporti in ogni città. Invece la priorità assoluta dovrebbe essere quella di promuovere infrastrutture per la mobilità elettrica collettiva e privata. Il ruolo dell’agricoltura è importante – ed è più generale non riguarda solo le città; anche in questo campo occorre una politica che sviluppi le capacità del sistema agricolo sia di assorbire carbonio che di produrre servizi a km zero.

B: Già oggi le città svolgono un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici e sicuramente a Parigi è stato certificato un loro coinvolgimento proattivo.

Sono numerose le iniziative di carattere transnazionale, come il Patto dei Sindaci, che coinvolgono anche importanti città italiane, e sempre di più le Regioni e altre realtà legate al territorio inseriscono piani di riduzione delle emissioni nei propri programmi amministrativi. In questo contesto, un ruolo fondamentale sarà giocato dalle strategie nazionali di adattamento che ogni Paese metterà in atto a livello nazionale. La risposta ai cambiamenti climatici, difatti, non passa soltanto dalla riduzione delle emissioni, ma anche da una pianificazione strategica del territorio, dalla messa in sicurezza delle aree più a rischio, dal risanamento delle zone degradate e da una gestione più oculata dei territori e delle loro risorse.

In questo frangente le due parole chiave che dovranno guidare la transizione sono “urbanizzazione intelligente” e “mobilità sostenibile”: se non cambiamo il modo di utilizzare l’energia nelle nostre abitazioni e nei nostri uffici e, allo stesso tempo, non modifichiamo radicalmente le modalità di trasporto e spostamento di merci e persone, qualsiasi sforzo di mitigazione guidato dallo sviluppo di tecnologie ‘green’ risulterà vano o, perlomeno, del tutto insufficiente.

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