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La scienza economica scopre la questione ambientale

La scienza economica scopre la questione ambientale

di Stefano Zamagni, Università di Bologna e Johns Hopkins University, SAIS Europa

DOI 10.12910/EAI2018-001

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La scienza economica ha finora sottovalutato la questione ambientale. Prendere atto degli effetti esterni, potenzialmente devastanti, delle attività economiche umane sarebbe un passo in avanti per questa disciplina. L’ambiente come bene comune da conservare deve entrare nell’analisi economica, superando il concetto antropocentrico della natura

Sin dal suo costituirsi come disciplina scientifica autonoma, l’economia ha posto al centro della propria attenzione due questioni essenziali: come si forma il prodotto sociale e come esso viene distribuito. E infatti i maggiori problemi discussi dalla scienza economica, nel corso degli ultimi due secoli, sono riconducibili, direttamente o indirettamente, a questi due temi centralissimi. La nuova fase dello sviluppo economico, quella riguardante la transizione dalla società industriale a quella post-industriale ha determinato una progressiva emergenza di nuovi e urgenti problemi. Tra questi, quello oggi più macroscopicamente percepibile chiama in causa il vincolo ecologico che grava sul processo produttivo, il quale si è sempre svolto, sino a qualche decennio fa, in modo sostanzialmente indisturbato dal momento che la natura non si era mai veramente presentata come un limite assoluto. La scarsità di risorse è certamente stata un fattore che ha influito sulle modalità e sui ritmi dello sviluppo, ma si era sempre trattato di una scarsità (di terre fertili, di certi minerali ecc.) che il sistema economico, attraverso i suoi stessi meccanismi, era riuscito a superare, grazie ad un flusso continuo di innovazioni tecnologiche che rimuovevano quei vincoli con gli aumenti di produttività. Per questo, guardando a ritroso il processo di industrializzazione, si ha quasi l’impressione di una vertiginosa crescita verso una illimitata abbondanza, come se la natura, al contrario di quanto pensavano gli antichi, non si fosse affatto mostrata “avara e matrigna”.

Immagine generica

Il quadro contemporaneo è completamente mutato. La crescita industriale comporta degli effetti esterni sull’ambiente che se precedentemente potevano ritenersi trascurabili, e che in verità gli economisti hanno quasi del tutto trascurato, gli sviluppi successivi si sono incaricati di mostrarne gli effetti devastanti: alcune risorse naturali indispensabili come l’aria e l’acqua, si sono degradate a tal punto da far temere che gli stessi equilibri della biosfera possano risultare definitivamente alterati da processi irreversibili. Si pensi all’effetto serra; al buco dell’ozono; agli effetti sul clima della scomparsa delle foreste pluviali; alla regolazione della composizione chimica dell’atmosfera; alla fissazione dell’energia solare e alla conversione delle materie prime: i grandi servizi che gli ecosistemi forniscono, in modo continuo, al normale funzionamento dei sistemi naturali sono oggi a rischio.

Non si tratta solo – si badi – di rendimenti decrescenti come taluno si ostina ancora a pensare: senza un più rigoroso controllo degli effetti inquinanti causati dal sistema economico nel suo complesso, sarà la stessa razza umana a rischiare l’estinzione. A partire dalla seconda metà del 900, la distruttività umana è diventata un fenomeno biocida e ciò nel senso che, per la prima volta, l’uomo percepisce sé stesso come capace di piegare a sé la natura, la quale è diventata un ente non solo controllabile ma anche manipolabile. È ormai venuto il momento di riconoscere che una produzione sempre crescente di merci e di servizi è incompatibile (date le tecniche produttive conosciute, l’attuale organizzazione dell’economia ed il tasso di aumento della popolazione) con la salvaguardia dell’ambiente naturale ed urbano. è soprattutto venuto il momento di riconoscere che quando l’uomo modifica troppo rapidamente l’ambiente (per esempio trasformando i mari di petrolio della crosta terrestre in gas dell’atmosfera) crea una situazione in cui la velocità di questi cambiamenti è superiore alla velocità del proprio adattamento ad essa.

C’è da chiedersi se la sfida ecologica non imponga, oggi, non solamente una politica di ristrutturazione degli attuali metodi produttivi, ma in primo luogo nuove categorie di pensiero per una disciplina – l’economia appunto – troppo a lungo rimasta estranea a tale problematica. Invero quando la questione ambientale cominciò ad imporsi all’attenzione e alla coscienza dell’opinione pubblica agli inizi degli anni Sessanta – si rammenti l’influenza esercitata da Silent Spring pubblicato nel 1962 da Rachel Carson – gli economisti si sentirono pronti ad affrontare il problema secondo il loro specifico modo di pensare. A ciò non corrispose tuttavia un’adeguata attenzione da parte dei più influenti sensibilizzatori sociali. A questi l’economia doveva apparire come sinonimo di inquinamento, distruzione della natura. Economia ed ecologia venivano così viste come alternative, come poli opposti, nonostante il fatto che la comune radice delle due parole colleghi, rispettivamente, il governo (l’economia) e la conoscenza (l’ecologia) di ciò che avviene in un oikos, cioè in una “casa”, in un territorio. D’altro canto, poiché una buona gestione non può che basarsi sulla conoscenza, il conflitto fra le due discipline non deve, concettualmente, poter esistere.

Quali allora le ragioni di simili incomprensioni? A mio parere, la più significativa è che quando gli economisti ritennero (a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso) di dover occuparsi di problemi ecologici, pensarono di potere servirsi degli strumenti di analisi e dei modelli propri di quella particolare branca della disciplina che è l’economia pubblica, a sua volta nata dalla fusione tra la più antica economia del benessere e la più giovane teoria delle scelte sociali. Cosa c’è, infatti – pensarono gli economisti – alla base della questione ambientale? C’è che, al di là della multiforme casistica, si ha comunque a che fare con risorse (terreno, aria, acqua, specie animali, foreste) che presentano caratteristiche comuni, quale che sia l’unità di misura con cui esse vengono espresse. Per l’esattezza, si tratta di risorse che: 1) sono naturalmente rigenerabili; 2) spesso sono di proprietà comune; 3) il loro uso eccessivo può comportare danni irreversibili, e ciò nel senso di un loro totale esaurimento; 4) gli stock in esistenza di tali risorse, e non solo i loro flussi, influenzano direttamente il benessere dei soggetti; 5) l’impatto dell’attività economica su tali risorse è spesso cumulativo e diviene percepibile solo dopo un certo lasso di tempo; 6) le conseguenze ambientali delle attività economiche sono fondamentalmente incerte (di incertezza “dura” nel senso che, l’incertezza ambientale non può essere trattata con gli strumenti della familiare teoria della probabilità).

Ora, la trattazione in chiave analitica dei problemi in cui figurano risorse così caratterizzate può essere svolta – pensarono sempre gli economisti – a partire dalle due nozioni centrali dell’economia pubblica, quella di esternalità e quella di bene pubblico. L’economista poteva così concludere che i deprecati danni all’ambiente causati dalle attività economiche erano ultimamente da imputarsi ad un tipico “fallimento del mercato”, e cioè al fatto che in presenza di risorse ambientali il meccanismo di mercato non garantisce più, da solo, l’ottenimento di quel risultato di efficienza allocativa che, da Adam Smith in poi, viene considerata come la sua massima virtù. Di qui la raccomandazione di intervenire con un adeguato sistema di tasse e sussidi, come già suggerito da C. Pigou, (l’inventore dell’economia del benessere), per rimediare alla bisogna.

Certo, questa traduzione in termini economici del problema ambientale non rendeva affatto giustizia della complessità di significati e di intenti che il nascente movimento ecologista andava portando avanti. Soprattutto, la concettualizzazione del problema ambientale nei termini di un problema di esternalità nascondeva una grave lacuna teorica. In breve, si tratta di questo. La nozione di esternalità, intesa quale effetto dell’azione di un soggetto sul benessere di altri soggetti che non viene catturato dal sistema dei prezzi, è una nozione non primitiva. Essa dipende, infatti, dalla definizione di agente economico e dalla esistenza o meno di mercati. (Ad esempio, se due imprese operano in modo da danneggiare l’una l’attività dell’altra, – la fonderia che con le sue emissioni di fumo danneggia l’impresa che le sta vicino – un’eventuale fusione tra le due farà sì che quelli che prima erano effetti esterni diventino poi una questione che si pone all’interno della medesima unità decisionale: l’esternalità è cioè internalizzata).

Il punto è che di esternalità si può parlare solo dopo che è stata fornita una spiegazione del numero degli agenti economici e dei mercati in esistenza. E poiché numero di imprese e dei mercati dipendono da fattori economici ben precisi (non convessità degli insiemi di produzione; costi di transazione; accesso all’informazione e così via), ne deriva che solo un’analisi di equilibrio generale che, partendo dai fondamentali dell’economia, determinasse endogenamente numero delle imprese e dei mercati potrebbe rappresentare un modo concettualmente soddisfacente di affrontare la questione delle esternalità. Il che non è, dal momento che le due condizioni che permettono di identificare l’esistenza di esternalità sono poste per via assiomatica. Al limite, se nell’economia esistesse una sola grande impresa, nessuna esternalità potrebbe esistere. Eppure, se questa impresa inquinasse e distruggesse le risorse non rinnovabili l’integrità ambientale risulterebbe egualmente compromessa. Fra l’altro, questa semplice considerazione ci permette di comprendere perché nei Paesi dell’ex blocco sovietico, dove non v’era di certo un’economia di mercato, la distruzione dell’ambiente non è stata inferiore a quella avvenuta nei Paesi occidentali.

La conclusione che traggo da quanto precede è che la scienza economica deve ripensare, a livello dei suoi fondamenti disciplinari, il rapporto tra uomo e natura, superando quella concezione di “uomo senza vincoli” che porta a ritenere lecita ogni devastazione e ciò in omaggio a certi miti antropomorfici di onnipotenza.  Si tratta piuttosto di recuperare questo dato di fondo, che cioè l’uomo è parte della natura, è interno ad essa, ha uno scambio conoscitivo con la natura, la quale costituisce il suo termine necessario. Il rapporto è di connaturazione, anche di cambiamento ordinato, perché l’uomo, come parte della natura, la cambia: il che è inevitabile e pure opportuno. Ma questo non può significare distruzione. L’ideologia dell’uomo predatore, secondo cui la conoscenza viene usata solo per produrre di più e più in fretta, deve essere rimossa dall’orizzonte culturale dell’economista.

Per quali ragioni, dunque, la scienza economica moderna si è “scordata” di affrontare la tematica dell’ambiente come bene comune? Per rispondere, conviene prendere le mosse dalla considerazione che da sempre, fin dai suoi albori disciplinari, l’economia si è occupata di fare i conti con la categoria di bene. Quel che è andato mutando nel corso del tempo è stata l’identificazione di ciò che costituisce il bene e ne rappresenta il fondamento. Fino alla seconda metà del XVIII secolo, il bene è stato associato al bonum, secondo l’accezione aristotelico – tomista del termine: è bene tutto che è buono.

Due sono stati i terreni dove tale nozione è stata particolarmente coltivata. Per un verso, quello dell’Illuminismo italiano di scuola sia napoletana (Antonio Genovesi, Giacinto Dragonetti, Fernando Galiani) sia milanese (Pietro Verri, Cesare Beccaria, Giandomenico Romagnoli) dove il bonum viene declinato sotto la specie della pubblica felicità[1]. Per l’altro verso, il terreno della scuola dei moralisti scozzesi. Quando nel 1776, Adam Smith dà alle stampe The wealth of nations ha ben chiaro che la radice del termine wealth è la stessa di quella di welfare, il cui significato denota lo stare bene. È stata dunque una autentica disgrazia aver tradotto il capolavoro di Smith come “La ricchezza delle nazioni” – in inglese, ricchezza si dice richness! – perché ciò ha contribuito non poco a stornare l’attenzione degli economisti dal significato originariamente intenzionato dal filosofo morale.

Già agli inizi del 1800, con l’avvento della scuola classica di pensiero, il bene assume le sembianze della merce: è bene tutto ciò che, assumendo la forma della merce, viene collocato sul mercato da cui essa trae il suo valore. Tutta la riflessione economica viene così finalizzata a ricercare le condizioni per aumentare il più possibile il volume delle merci in circolazione. Immagine PCSe ne può comprendere la ragione: si è nel pieno della rivoluzione industriale e l’obiettivo da perseguire è quello di accrescere l’accumulazione del capitale fisico, e quest’ultimo è fatto di merci! Si registrano bensì voci dissonanti – le più penetranti sono quella di J.S. Mill, il primo grande economista ad evocare la desiderabilità dello stato stazionario e quella di K. Marx – ma nessuna di queste capace di scalfire il pensiero dominante.

Un ulteriore cambiamento si registra nella seconda metà del XIX secolo quando, con il trionfo della rivoluzione marginalista degli anni Ottanta, il bene diventa l’utilità. Lo slittamento semantico che ne consegue ha generato conseguenze di lunga gittata. Cosa significa affermare che il bene coincide con l’utilità? L’utilità – aveva insegnato Aristotele – è la capacità dei beni di soddisfare i bisogni umani; essa è dunque una proprietà della relazione tra l’uomo e le cose. Ne consegue che una scienza che, come l’economia, si occupa di favorire la massimizzazione dell’utilità è anche una scienza del bene.

Una variante importante, entro tale concettualizzazione, prende corpo alla fine del secolo quando il nuovo spirito del tempo, associato all’affermazione della filosofia positivista, dichiara troppo “ingombrante” la nozione di bisogno per una scienza che aspirava ad essere annoverata tra le scienze “dure”, come la fisica. L’ingombro è dovuto alla circostanza che i bisogni umani “sanno” troppo di naturalistico e soprattutto sono gerarchizzabili: prima vanno soddisfatti i bisogni primari, poi via via quelli di ordine inferiore. Ma in presenza di un ordine lessicografico di bisogni non è possibile definire una funzione di utilità cardinale dotata delle proprietà necessarie a fungere da supporto della teoria del valore scarsità, vera cifra della scuola di pensiero neoclassica. Come noto, a Vilfredo Pareto si deve l’idea geniale per aggirare la difficoltà: non v’è alcuna necessità – dimostra l’economista italiano – di parlare di bisogni; basta infatti formulare il problema economico in termini di preferenze individuali. Sulla scorta di un robusto insieme di postulati si arriva poi ad una funzione di utilità ordinale, e non più cardinale, che consente di ottenere tutti i risultati che servono alla teoria neoclassica del valore per conseguire i suoi obiettivi.

Accade così che il bene viene a coincidere con il soddisfacimento delle preferenze individuali: è bene tutto ciò che amplia gli insiemi di scelta dei decisori. Una conseguenza di grande momento discende da ciò: lo statuto epistemologico della preferenza individuale diventa quello stesso del diritto: se preferisco x a y, ho il diritto di vedermi riconosciuta la possibilità di conseguire x. Nessuna autorità, morale o legale, può impedirmelo. Chiaramente, una scienza economica costruita sulla idea del bene come soddisfazione delle preferenze non può certo ospitare un discorso che consideri l’ambiente come bene comune – il quale è, né bene privato, né bene pubblico.

L’uomo è chiamato – si legge nella Genesi – “a coltivare e custodire il creato” (Gen. 2, 15). Coltivare significa che è l’uomo a dover prendere l’iniziativa; non può restare in atteggiamento passivo rispetto ai ritmi naturali. D’altro canto, custodire implica che il pianeta va curato, non sfruttato. Infatti, il custodire è sempre un accogliere.

 

 

1 Non è un caso se i libri italiani di economia pubblicati fino agli inizi del 1800 recavano nel titolo o sottotitolo il riferimento alla pubblica felicità

 

 

BIBLIOGRAFIA

Bruni, L. e Zamagni, S. (2016), L’economia civile, Bologna, Il Mulino

Chiappero Martinelli, E., Pareglio, S. (a cura di), (2009), Sviluppo umano sostenibile e qualità della Vita, Roma, Carocci

Sen, A. (2008) “Climate policy as human development”, in UNDP, Human Development Report, 2007-2008. Fighting Climate Change, New York

Stern, N. (2006) “The economics of climate change: the Stern review”, Cambridge, CUP

Zamagni, S. (2016) “Civilizzare l’economia per una ecologia integrale”, Antonianum, XCI, pp.915-939


 

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