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A partire dal caso di Cerveteri, si intende porre l’attenzione sulla necessità di scrivere le varie storie recenti – degli scavi, dei restauri, delle trasformazioni in generale – spesso rimaste inedite anche per siti archeologici molto noti e importanti reinventati tra Ottocento e Novecento, per promuovere una tutela integrata e interdisciplinare di tutti i paesaggi culturali che hanno contribuito a costruire i luoghi dell’antico, in ogni loro componente e nei loro diversi assetti stratificati

Come racconta anche Virgilio, la città dal nome greco di Agylla Kaisra in etrusco, Caere in romano – fu fondata su un antico sasso, naturalmente difeso, che venne circondato da mura, probabilmente meno alte dove la rupe più scoscesa garantiva da sé sufficiente protezione. Un fiume gelido separava la città antica da un altro altopiano cinto da un bosco sacro di neri abeti che Virgilio descrive chiuso su ogni lato da concavi colli. Ovunque valli floride di bestiame e così fertili da produrre, secondo Marziale, un vino buono come quello di Sezze e grano in tale abbondanza da rifornire, secondo Livio, anche le truppe di Scipione l’Africano pronte a combattere la seconda guerra punica contro Cartagine1.

Gli antichi abitanti del pianoro di Caere erano quindi circondati da un paesaggio agricolo, attraversato dal muggito degli armenti e caratterizzato geomorfologicamente da altopiani e valli prodotte dall’erosione fluviale: quando si volgevano a levante, vedevano il luogo del nero e fitto bosco dedicato a Silvano (non a caso, proprio il dio dei “campi e del bestiame”), che dovette sopravvivere tanto a lungo da condizionare anche il nome moderno del luogo che lo ospitava, il Monte Abatone; a ponente la città dei vivi si affacciava invece su una delle sue principali necropoli (l’attuale Banditaccia): separati per tutto il loro sviluppo da una stretta forra con una ricca vegetazione ripariale, i due pianori erano collegati fisicamente tra loro da un’antica strada – la cosiddetta via degli Inferi – che usciva dalla parte nord-occidentale della città, per poi biforcarsi (Figura 1); un tratto proseguiva verso i Monti Ceriti, mentre l’altro piegava verso la grande città dei morti, l’attraversava, per poi dirigersi, secondo gli studiosi dell’Ottocento, verso Pyrgi (Santa Severa) – il principale epineion, ovvero il porto attrezzato dell’antica Caere a partire dal VI secolo a.C. – assieme ad Alsium (Palo) e Punicum (Santa Marinella). Chi veniva dal mare, per entrare in città poteva attraversare la città dei morti e così, chi usciva, sempre da lì poteva passare.

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Fig. 1 La città dei vivi e la città dei morti, in una nota ricostruzione pubblicata da Luigi Canina nel 1851 [Canina 1846-1851, tav. XLIV]

L’impatto emotivo e simbolico del percorso verso il mare appare evidente come altrettanto indiscutibile risulta il valore rappresentativo e monumentale assunto dalla necropoli, frammento costruito di paesaggio in forte connessione – visiva, simbolica e fisica – con la città e con il suo contesto naturale.

 

La necropoli della Banditaccia: il paesaggio antico e l’invenzione moderna

Non è facile immaginare oggi il mondo etrusco in generale e quel particolare paesaggio antico. Gli scrittori latini e greci sono indubbiamente una risorsa cui hanno fatto ricorso anche tutti coloro che, dall’Ottocento in poi, si sono interessati di questi luoghi – da Kramer a Canina, da Rosati a Nibby, da Poletti a Dennis, fino agli autori contemporanei. Tuttavia, gli scrittori classici sono di fatto una fonte indiretta: come è noto, infatti, manca la testimonianza di una tradizione letteraria etrusca e se si escludono i pochissimi riferimenti di scrittori antichi ad essi più o meno contemporanei, la maggior parte delle informazioni sono contenute in opere successive di età ellenistico-romana. Per una conoscenza di prima mano – lo aveva già scritto il viaggiatore inglese David Herbert Lawrence nel 1932 [1] – abbiamo soltanto i reperti conservati nei musei, le tombe e – aggiungiamo noi – il paesaggio che ancora oggi li circonda.

Della città di Caere non rimane (quasi) più nulla, eppure è ancora possibile apprezzare i caratteri del paesaggio originario ed evocare il rapporto con le cose di allora: con la necropoli meglio conservata e le sue “colline artificiali” fatte di grandi tumuli; con il fiume gelido e il Monte Abatone dove sorgeva il nero bosco; con il mare e le valli fertili; con i colori e gli elementi costitutivi del territorio naturale e di quello antropico.

Più di un secolo fa, George Dennis – console britannico a Roma, viaggiatore, antiquario, cronista – riportava nel suo diario: «Ben poco di etrusco [si] troverà nella zona, però la vista della maremma etrusca che da questo altopiano si gode, è uno degli spettacoli che difficilmente si dimenticano. Ciò che più colpisce sono i colori, così bene assortiti dalla natura, il verde cupo delle querce e dei lecci che si sposa con il giallo ed il rosso del tufo antico; il giallo, il viola, il rosso dei fiori di campo che si fondono con l’azzurro intenso del cielo e del mare formando una cornice incomparabile a questo grande spettacolo» [2].

È proprio la forma del paesaggio – con il marrone-rossastro del tufo, l’intensa vegetazione ripariale delle forre, i campi coltivati, quelli incolti, l’alternanza di forre e pianori destinati al pascolo – a restituire le qualità di un territorio che con le sue risorse e i suoi condizionamenti ha determinato le logiche insediative, urbane e architettoniche, di quel mondo etrusco. La friabile roccia vulcanica che si presta ad essere scavata e scolpita, la celebre fertilità delle piane alluvionali, il terreno accidentato con gli altopiani naturalmente difesi, raccontano oggi le ragioni di tempo. Per questo motivo Dennis invita il visitatore a salire sul pianoro della città di Caere: è da qui, infatti, che si mostra con più efficacia l’identità di un paesaggio capace di evocare ancora oggi una civiltà e una cultura antica.

A distanza di centocinquant’anni, chi si affaccia dal pianoro della vita osserva un territorio che nel complesso sembra aver mantenuto la memoria eloquente dell’ambiente dove vivevano gli Etruschi. Soltanto un frammento di territorio, in cui le relazioni tra le cose non sono più immediatamente riconoscibili così come lo erano ancora nell’Ottocento, appare diverso. È un pezzo scelto della più importante necropoli della Caere antica, oggi recinto di visita della Banditaccia2. Nel tempo la più importante necropoli di Caere ha progressivamente perduto lo stretto rapporto emotivo e fisico che la univa con la città e con il paesaggio. L’antico pianoro dei morti non è infatti oggi più direttamente raggiungibile dalla città dei vivi e l’area di visita appare isolata dal contesto. Una recinzione, infatti, definisce un confine fisico in un luogo che per sua natura è sempre stato in un continuum paesaggistico; ma soprattutto, in un preciso momento della sua storia, una particolare cura ha cambiato il profilo della vegetazione e i connotati paesaggistico-architettonici di una porzione dell’antico cimitero per trasformarlo in uno dei più importanti siti archeologici italiani. Le azioni di scavo, le scelte di restauro, una diversa modalità di accesso alla necropoli e l’inserimento di un nuovo sistema vegetale hanno trasformato il paesaggio antico in un paesaggio di rovine e proprio quell’inedito binomio flora-ruine che, per molti versi, ha tradito l’identità originaria è diventato nel tempo il carattere peculiare dell’espressione moderna della Banditaccia.

La storia di quello che indubbiamente è uno dei più suggestivi quanto mistificati paesaggi dell’archeologia novecentesca, si deve all’opera di selezione, interpretazione, attualizzazione e consapevole riedificazione, messa in atto nella prima metà del XX secolo, quando arrivarono anche a Cerveteri le istituzioni preposte alla tutela del patrimonio del giovane Stato italiano e quando lo scavo e la sistemazione della Banditaccia furono affidati a Raniero Mengarelli, figura poco nota ma protagonista assoluta di quegli anni e di quelle scelte.

Geometra di formazione, Mengarelli (1863-1944) non ebbe alcuna formazione accademica e imparò sul campo il mestiere dell’archeologo e dell’architetto. Durante il suo incarico di Direttore dell’Ufficio per gli Scavi dei mandamenti di Civitavecchia e Tolfa (1908-1933) condusse nell’area di Cerveteri numerosissimi scavi e importanti indagini topografiche, si dedicò al restauro e alla ricostruzione delle strutture architettoniche e non trascurò mai l’attività di tutela e di promozione della fruizione pubblica. Forse proprio l’assenza di una formazione accademica specifica gli permise di operare con disinvoltura in ambiti diversi, proponendo una visione integrata – delle conoscenze, delle necessità di valorizzazione, dei problemi di tutela e di quelli amministrativi – che deve essere considerata uno degli aspetti più qualificanti del suo lavoro e probabilmente anche l’eredità più rilevante di quegli anni.

 

La Banditaccia: un giardino con rovine al posto della necropoli

Salvo scarti temporali di qualche decennio, la storia della costruzione del sito archeologico della Banditaccia è molto simile a quella di tanti altri luoghi dell’antico, a partire dai Fori di Roma, con i quali Cerveteri condivise, dall’unità d’Italia in poi, lo stesso entourage culturale e istituzionale.

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Fig. 2 I tumuli della Banditaccia e sullo sfondo i Monti Ceriti, in una fotografia dopo i lavori di Raniero Mengarelli. La Via sepolcrale Principale, che attraversa longitudinalmente il pianoro della necropoli, è già stata riportata alla quota originaria, le tombe sono state scavate e le parti lapidee restaurate, i cumuli di terra delle calotte sono stati ricostruiti. Anche il nuovo sistema vegetazionale è già parte integrante del nuovo paesaggio di rovine, tuttavia non è ancora abbastanza sviluppato da determinare quella soluzione di continuità con il territorio circostante che sarà invece determinante negli anni seguenti [Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Archivio fotografico, negativo n. 636]

Come hanno narrato molti scrittori e viaggiatori, all’inizio del Novecento era ancora apprezzabile un paesaggio senza soluzione di continuità dove le architetture funerarie erano parte integrante della morfologia del colle della Banditaccia. Soltanto i rigonfiamenti dei tumuli emergevano tra i campi coltivati e disegnavano un profilo dolcemente ondulato in rapporto con i Monti della Tolfa. Nessun sistema vegetale, spontaneo o meno, si frapponeva alla vista di chi, come facevano gli antichi, si affacciava dall’alto del monte dei vivi e guardava verso quello dei morti (Figura 2).

Gli scavi ottocenteschi non avevano cambiato questa immagine: qualche scavo, qualche buco puntuale, che spesso si rinterrava naturalmente nel giro di poco tempo. Coerentemente con la cultura di allora, i primi esploratori non si interessarono al contesto e, proprio per questo, non mutarono l’estetica dei luoghi. Con l’arrivo di Mengarelli e con l’inizio di una nuova e diversa tradizione dell’antico, il paesaggio cambiò invece radicalmente e per sempre. Un pezzo selezionato dell’antica necropoli fu sottratto al continuum paesaggistico della Banditaccia, fatto di pascoli e campi di maggese. All’interesse esclusivo per i reperti mobili di valore artistico, tipico dell’Ottocento, si affiancò anche quello per l’architettura e la topografia del sito; gli scavi furono condotti in modo esteso e presto emerse anche la necessità di conservare e valorizzare quanto scoperto per offrirlo alla visita del grande pubblico. È in quel momento che le scelte di tutela e di restauro, le strategie per un migliore accesso all’area e quelle di “abbellimento” con l’introduzione di una diversa vegetazione all’interno di un recinto di visita intenzionalmente definito, portarono alla radicale trasformazione dei luoghi, tradendo l’antica identità della necropoli ma diventando anche, nello stesso tempo, il carattere più peculiare e suggestivo della necropoli moderna, reinventata in sito archeologico. Scavi e restauri crearono un inedito paesaggio di rovine – immagine evocativa ma alterata dell’antico – e determinarono una prima chiara frattura con la parte non scavata e con il resto del paesaggio di cui la necropoli era da sempre stata parte integrante.

La più evidente mistificazione si deve però attribuire alla costruzione di un giardino all’interno del recinto di visita. Se infatti la riduzione del contesto stratificato è in qualche modo ineludibile in presenza di uno scavo archeologico e se la ricostruzione, più o meno estesa, delle strutture architettoniche può ragionevolmente rientrare in esigenze di comunicazione e di conservazione, cosa diversa fu la scelta di impiantare pini, cipressi, fiori e arbusti in un luogo costruito in origine nella pietra e con la pietra. Dagli studi e dagli scritti di Mengarelli, emerge come egli fosse perfettamente consapevole dell’assetto originale della necropoli, eppure ne mistificò il significato, introducendo un bosco in uno spazio anticamente inteso come una città e determinando una soluzione di continuità in un paesaggio da sempre ininterrotto, fondato su un rapporto percettivo diretto tra città e necropoli.

Anche allo studio dei percorsi antichi, Mengarelli aveva dedicato molta parte della sua attività di studioso: conosceva infatti molto bene le vie di accesso alla necropoli e i collegamenti tra i Vignali e la Banditaccia. Tuttavia, il principale accesso alla necropoli da lui realizzato tradì irrimediabilmente quello originario proprio perché non aveva inizio dal pianoro della città antica.

Una volta cresciuti gli alberi e gli arbusti piantati, all’interno del paesaggio funerario della Banditaccia sarebbe emersa un’enclave privilegiata e circoscritta, definita da una recinzione e soprattutto da un diverso assetto vegetale. Dal pianoro dei Vignali non sarebbe stato più possibile ammirare i rigonfiamenti dei tumuli sullo sfondo dei monti della Tolfa perché nascosti dalle piante lasciate crescere senza condizionamenti: non sarebbe stato più possibile «gettare lo sguardo oltre il profondo vallone dove il fiume scorreva tra i cespugli, dalla città della vita, ridente di case dipinte e di templi, alla città dei loro cari defunti proprio là sotto, un luogo sereno, con viali tranquilli, simboli di pietra e frontoni dipinti», come aveva scritto Lawrence alla fine degli anni Venti3.

E ancora: con la realizzazione della principale via di accesso al recinto monumentale, la cosiddetta Autostrada, il visitatore sarebbe arrivato nel cuore degli scavi senza nemmeno passare per il pianoro dei Vignali (Figura 3): nessuno avrebbe più raggiunto la città dei morti a partire dalla città dei vivi, come avevano fatto i Ceriti in periodo etrusco e romano e come avevano fatto tutti gli studiosi e i viaggiatori fino all’inizio del Novecento. Ma non solo. Il visitatore non sarebbe stato più incoraggiato a salire sul pianoro dei Vignali, come aveva raccomandato Dennis4, per ammirare – da un luogo privilegiato anche se privo di evidenti resti dell’abitato etrusco – i caratteri senza tempo dell’ager caeretanus, che tanta parte avevano avuto nella storia di Caere e nella sua fondazione.

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Fig. 3 Il paesaggio agricolo di Cerveteri e l’inedito sistema vegetazionale della Banditaccia, in un'ortofoto del 1984 [ICCD, Fondo A.F.C., Foglio 149, Strisciata 8, Positivi 1994-1995 - unione]

La Banditaccia di Mengarelli ignorò il rapporto fondativo tra città dei morti e città dei vivi e minò irrimediabilmente il delicato equilibrio tra paesaggio naturale e paesaggio costruito che nel tempo era sopravvissuto, anche attraverso naturali ed inevitabili cambiamenti.

 

Conclusioni

Quante sono le storie in un luogo antico? Quali e quante identità è giusto conservare e come? In un Paese come l’Italia, dove un’intensa storia millenaria ha diffuso e sedimentato su tutto il territorio testimonianze vastissime della presenza e dell’azione dell’uomo, abbiamo il dovere di confrontarci non soltanto con i resti archeologici, ma anche con le diverse modalità che nel tempo hanno rievocato e recuperato il passato. L’opera di ripensamento della Banditaccia nella prima metà del Novecento è testimone di un approccio alla conservazione che ha caratterizzato una importante stagione di ricerche, scavi e sistemazioni che da una parte, ha aperto la strada a una concezione moderna di fruizione del sito archeologico e dall’altra, ha costruito un’immagine del luogo antico oggi fortemente partecipe dell’identità della necropoli, benché distante da quella originale. Anche solo per questo è necessario comprenderla nei suoi molteplici significati e considerarla nei futuri progetti di valorizzazione.

 

 

Per saperne di più:  paola.porretta@uniroma3.it

 

 

1 Virgilio, Eneide, libro VIII, 478-780; Licofrone, Cassandra, 1238-1241; Marziale, libro XIII, 124; Columella, De Re Rustica, libro III, 3; Tito Livio, Storia di Roma, XXVIII, 45, 14-15

2 Perimetrata per la prima volta agli inizi del Novecento, è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco nel 2004

3 D.H. Lawrence, Etruscan Places, London 1932, trad. it., D.H. Lawrence, Paesi etruschi, Siena 1985, pp. 34-35

4 G. Dennis, The Cities and Cemeteries of Etruria, 2 voll., London 1848, trad. it., Itinerari etruschi, a cura di M. Castagnoli, Roma s.d. [1976?], p. 267

 

 

BIBLIOGRAFIA

1. Archivio fotografico  e documentale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (ex Archivio della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale)

2. B. Pace, R. Vighi, G. Ricci, M. Moretti, Care. Scavi di Raniero Mengarelli, «Monumenti Antichi pubblicati dall’Accademia Nazionale dei Lincei», XLII, 1955

3. E. Pallottino, P. Porretta, 2016. “Raniero Mengarelli e l’invenzione moderna del paesaggio antico della Banditaccia. Una storia inedita per una tutela integrata dei paesaggi culturali di Cerveteri”, in A. Aveta, B.G. Marino, R. Amore (a cura di), La Baia di Napoli. Strategie integrate per la conservazione e la fruizione del paesaggio culturale, Napoli 2017, vol. II, pp. 299-306.

4. P. Porretta, (in corso di stampa). Raniero Mengarelli e l’invenzione moderna del paesaggio antico, Roma

5. P. Porretta, Landscapes of ruins: authenticity and invention. A case study of the restorations of the Banditaccia necropolis of Cerveteri, initiating from the World Heritage evaluation, in R. Amoeda, S. Lira, C. Pinheiro (a cura di), Rehab 2017 3rd International Conference on Preservation, Maintenance and Rehabilitation of Historical Buildings and Structures, Green Lines Institute for Sustainable Development, Barcelos 2017, pp. 921-931

 

 

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