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L’innovazione nel sistema produttivo italiano: profili d’impresa, impatto sulla crescita e sulla performance economica

L’innovazione nel sistema produttivo italiano: profili d’impresa, impatto sulla crescita e sulla performance economica

di Roberto Monducci, Istituto Nazionale di Statistica (Istat), Direttore del Dipartimento per la Produzione Statistica (DIPS)

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L’innovazione è un tema di grande importanza sul quale, negli ultimi anni, l’Istat  ha investito molto in termini di sistemi di rilevazione e integrazione dei dati e di analisi economica. Nel nostro Paese, l’innovazione  presenta strategie e modalità fortemente differenziate, con una propensione in forte ascesa fra le imprese medio-piccole e in lieve calo fra quelle più grandi

La crisi economica globale e la successiva ripresa hanno stimolato la statistica europea ad accelerare la progettazione e la produzione di statistiche e analisi adeguate a rappresentare i cambiamenti manifestatisi all’interno del sistema produttivo, i fattori di competitività, le fonti e il grado di resilienza dei sistemi economici, allo scopo di fornire un supporto all’orientamento e al monitoraggio delle politiche per la crescita. L’Istat ha interpretato questa sfida costruendo sistemi informativi complessi, “registri” statistici multidimensionali in grado di produrre simultaneamente statistiche (ufficiali) aggregate sul sistema delle imprese; indicatori su diversi aspetti rilevanti per l’analisi della competitività del sistema; misure del grado di eterogeneità interna al sistema.

Un approccio innovativo di questo tipo si è rivelato particolarmente utile nello studio dei caratteri strutturali e strategici che hanno sostenuto la competitività delle imprese durante la recessione e, più recentemente, durante la ripresa, consentendo di analizzare la performance delle imprese attraverso nuove chiavi di lettura e di offrire elementi interpretativi adatti alla complessità del tema. Da questo punto di vista, l’innovazione rappresenta un tema di grande rilevanza sul quale, negli ultimi anni, l’Istituto nazionale di statistica ha investito molto in termini di sistemi di rilevazione e integrazione dei dati e di analisi economica.

La rilevanza del tema è ampiamente riconosciuta a livello nazionale e internazionale, e investe sia la ricerca economica sia il policy making. Produrre dati e indicatori di elevata qualità, che consentano di posizionare la propensione innovativa delle imprese italiane nel contesto europeo e globale, e realizzare analisi rigorose rappresenta una sfida per la statistica ufficiale, alla quale l’Istat non si è sottratto. In particolare, analisi approfondite sono state condotte nell’ambito del Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, che nelle sue diverse edizioni ha sviluppato indicatori ed evidenze originali sui processi innovativi delle imprese italiane, individuando strategie e profili aziendali e misurandone l’impatto sulla performance economica e sulla crescita delle unità produttive. 

La Rilevazione armonizzata europea CIS (Community Innovation Survey) costituisce la principale fonte statistica sull’attività e le strategie di innovazione praticate dalle imprese. Per quanto riguarda l’Italia, le informazioni tratte dai risultati della Rilevazione per il triennio 2014-2016 delineano un quadro caratterizzato da un evidente miglioramento: quasi la metà (il 48,7 per cento) delle aziende italiane con almeno 10 addetti appartenenti ai settori industriali e dei servizi di mercato ha svolto attività finalizzate all’introduzione di innovazioni, con un aumento (4 punti percentuali) rispetto al triennio precedente (2012-2014). La propensione innovativa è in netta ripresa fra le unità di dimensione piccola (+7,4 pp) e media (+3,4 pp), mentre è in lieve calo fra le grandi imprese (81,8 per cento, -1,5 pp) per effetto di una caduta nel comparto dei servizi (dal 77 al 72,3 per cento). Tra le grandi imprese manifatturiere, invece, l’innovazione si conferma un aspetto sempre più centrale delle scelte strategiche aziendali (coinvolge ormai il 94,2 per cento di tali unità, con un aumento di 1,7 punti percentuali rispetto al 2012-2014).

 

Complessità dell’innovazione e categorie di innovatori

Il settore manifatturiero risulta essere quello a innovazione più diffusa, con il 57,1 per cento di imprese innovatrici (+7 pp rispetto al triennio precedente). Al suo interno, la propensione all’innovazione varia sensibilmente tra i settori di attività economica e tende a distinguere i diversi comparti in relazione diretta con il grado di competitività da essi evidenziato negli ultimi anni: i settori nei quali le imprese innovative sono relativamente più numerose sono quelli dell’elettronica (oltre il 90 per cento di innovatori), della chimica e della farmaceutica. L’innovazione è molto diffusa anche nei settori della produzione di apparecchiature elettriche, dei macchinari, dei mezzi di trasporto e delle bevande (con una quota di innovatori sempre superiore al 60 per cento). Tra i settori con la minore propensione ad innovare vi sono soprattutto attività tradizionali (legno, lavorazione di minerali non metalliferi e articoli in pelle).

Un aspetto rilevante, evidenziato dalla letteratura sull’attività innovativa delle imprese, è che non esiste un profilo unico di innovazione; al contrario, strategie e modalità innovative risultano fortemente differenziate. In particolare, il grado di complessità dell’innovazione raggiunto nel triennio 2014-2016 permette di distinguere cinque categorie di innovatori, classificabili in ordine decrescente di intensità innovativa:

1. Innovatori forti. Queste imprese, che rappresentano il 30,3 per cento degli innovatori dell’intero sistema produttivo realizzano innovazioni sia di prodotto sia di processo, combinate ad altre forme più “soft”, non strettamente collegate alla tecnologia produttiva, quali quelle organizzative e di marketing. Si presume dunque che in questi casi l’innovazione sia sistematica e rappresenti un asset strategico per l’attività delle imprese

2.  Innovatori di prodotto. Questo gruppo comprende circa il 25 per cento delle unità che hanno innovato nel 2014-2016. Si tratta di imprese che hanno realizzato innovazioni di prodotto con una integrazione limitata o assente con altre forme di innovazione

3.  Innovatori di processo. Si tratta di un insieme relativamente poco numeroso di unità (il 18,5 per cento degli innovatori) che puntano alle nuove tecnologie di processo con finalità legate esclusivamente a esigenze di efficienza produttiva, non mirate all’introduzione di prodotti nuovi per l’impresa o per il mercato

4.  Innovatori deboli. Si tratta di imprese (il 22 per cento degli innovatori) che non investono in nuovi prodotti o in nuovi (o migliori) processi, ma adottano innovazioni che non comportano cambiamenti significativi nelle tecnologie, quali quelle di marketing o organizzative

5.  Potenziali innovatori. Queste imprese hanno avviato attività innovative che non si sono tradotte in innovazioni nel triennio 2014-2016. Si tratta di una piccola percentuale del totale degli innovatori (il 4,9 per cento), ma significativa perché fornisce l’indicazione di una possibile innovazione nel breve-medio periodo

 

Innovatori "deboli" e "forti"

La quota di Innovatori forti e dei potenziali innovatori cresce al crescere della dimensione aziendale; al contrario, gli Innovatori deboli diminuiscono sensibilmente al crescere della dimensione, mentre nel caso delle categorie intermedie, cioè Innovatori di prodotto e Innovatori di processo (senza prodotto) non sembra esserci una relazione univoca con la dimensione d’impresa. Anche a livello settoriale si rilevano significative differenze: nella manifattura oltre un terzo delle unità, indipendentemente dal livello di complessità tecnologica, innova i prodotti, mentre nei servizi sono relativamente più frequenti gli Innovatori deboli, cioè coloro che optano per forme di innovazioni caratterizzate da una scarsa o nulla componente tecnologica.

Ulteriori elaborazioni realizzate sulle imprese esportatrici mostrano una propensione innovativa mediamente superiore di oltre 12 punti percentuali rispetto a quelle orientate al mercato interno; il differenziale positivo a favore degli esportatori è rilevante tra le piccole imprese, ma appare notevole soprattutto tra le medie e grandi imprese. La presenza di innovatori “forti” è, tra le unità esportatrici, notevolmente elevata e pari al 40,5 per cento, contro il 29,2 per cento delle imprese che non esportano. Il differenziale favorevole alle imprese esportatrici è verificato per tutte le classi dimensionali, ma soprattutto, tra le piccole imprese. Sul fronte opposto, tra le imprese che vendono solo sul mercato interno emerge una superiore presenza relativa di innovatori “deboli” (22,1 per cento contro il 15,7 per cento).  Da questo punto di vista, un aspetto che caratterizza le imprese innovative esportatrici è una presenza relativamente elevata di soli innovatori di prodotto (13,4 per cento) rispetto a quelli solo di processo (8,5 per cento). Questa relazione è invertita per le imprese orientate al mercato interno. 

All’aumentare del grado di esposizione estera le differenze tra i profili innovativi diventano ancora più marcate: rispetto al complesso delle imprese esportatici innovative, quelle che esportano almeno il 50 per cento del fatturato mostrano una maggiore quota di innovatori “forti” (47,1 per cento contro 40,5 per cento) e di innovatori di prodotto (16 per cento contro 13,4 per cento). D’altra parte, si riduce ulteriormente la quota di innovatori “deboli” (meno del 10 per cento).

Per tutti gli indicatori considerati, la performance degli innovatori “forti” è nettamente superiore a quella degli innovatori “soft”: essi presentano mediamente una più elevata quota di fatturato esportato (33,9 per cento rispetto a 24,8 per cento)  e una maggiore diversificazione merceologica e geografica dell’export, oltre che superiori livelli di produttività (+18,6 per cento).

La compresenza di innovazioni tecnologiche (cioè di prodotto e processo) e innovazioni organizzative e di marketing rappresenta quindi, a prescindere dalla dimensione aziendale, un tratto distintivo delle imprese esportatrici che tende ad affermarsi in misura crescente all’aumentare della loro esposizione sui mercati internazionali.

Un ulteriore aspetto rilevante è la relazione tra innovazione e crescita delle imprese. Alcune analisi econometriche sviluppate dall’Istat hanno stimato l’effetto delle strategie innovative delle imprese sulla loro crescita in termini occupazionali tra il 2014 e il 2017, un periodo in cui l’occupazione complessiva è sensibilmente cresciuta. L’innovazione “forte” si accompagna non solo a un miglioramento della performance occupazionale lungo tutta la distribuzione delle dinamiche individuali delle imprese, ma anche a una riduzione dell’eterogeneità, contribuendo quindi a una “convergenza verso l’alto” dei risultati occupazionali delle imprese. Questo profilo “forte” di strategie innovative migliora la performance occupazionale del 2,1 per cento in una impresa su due; strategie innovative “deboli”, ovvero volte esclusivamente all’innovazione organizzativa o di marketing, non sembrano invece incidere positivamente. Strategie innovative “forti” si associano, inoltre, a una riduzione dell’eterogeneità delle performance, agendo come fattori convergenti; effetti positivi si osservano nei servizi (+3,5 per cento per una impresa su due) più che nel manifatturiero (+1,5 per cento), e in misura maggiore nelle piccole imprese (+5,0 per cento).

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