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«Per la ricerca e l’innovazione serve una politica mission oriented e un diverso rapporto pubblico-privato»

«Per la ricerca e l’innovazione serve una politica mission oriented e un diverso rapporto pubblico-privato»

Mariana Mazzucato, Professor in the Economics of Innovation and Public Value, University College London (UCL). Fondatrice e Direttrice dell’Institute for Innovation and Public Purpose - IIPP, autrice de “Lo Stato innovatore” e “Il valore di tutto”

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L’Italia deve ripensare il rapporto tra il settore pubblico e privato anche nell’area della ricerca, dove troppo spesso si è sviluppato un rapporto parassitario che vede gli enti ed i laboratori pubblici massicciamente sotto-finanziati ed alcune imprese private ricevere milioni di euro in ammortamenti e sgravi fiscali per spese in R&S che avrebbero comunque fatto. Questi sussidi hanno come risultato l’aumento artificiale dei profitti, senza che questo si traduca nella cosiddetta “addizionalità” di investimento

Nel suo libro Lo Stato innovatore lei sostiene la tesi che per vincere le sfide del nostro tempo serve una nuova relazione tra pubblico e privato. Secondo questo approccio, quale dovrebbe essere il ruolo della ricerca pubblica?

Nel capitalismo contemporaneo il rapporto tra le organizzazioni pubbliche e private di ricerca ha progressivamente assunto simbiosi di natura parassitaria. Un caso paradigmatico è il settore farmaceutico nel quale – come documentato nel recente rapporto del nostro istituto IIPP, The People’s Prescription –  la ricerca di base e quella applicata sono interamente finanziate dai bilanci pubblici senza che le aziende private contribuiscano adeguatamente agli sforzi. Una parte consistente delle grandi imprese farmaceutiche invece di restituire valore al pubblico realizzando medicinali innovativi a basso costo, produce “me too” drugs, medicinali non molto diversi da quelli esistenti, brevettandoli e imponendo alti costi agli acquirenti, ovvero ai servizi sanitari nazionali. La ricerca pubblica dovrebbe quindi essere adeguatamente remunerata dal settore privato per i rischi che assorbe in tutte le sue fasi; solo così si potranno legittimare ulteriori ambiziosi programmi di spesa che serviranno a produrre quelle innovazioni radicali di cui i privati potranno poi godere nelle fasi applicative e commerciali.

 

Volgendo lo sguardo all’Europa, quali saranno gli elementi innovativi del programma Horizon Europe basato sul lavoro da lei realizzato “Mission-oriented Research & Innovation in the European Union”?

Come riportato dal titolo del rapporto da lei citato, è degna di nota l’adozione, da parte della Commissione europea, di un’approccio mission oriented alla politica per la ricerca e l’innovazione. Le politiche di innovazione orizzontali e diffusion oriented che hanno dominato la scena negli ultimi trent’anni hanno sostanzialmente fallito nel generare uno sviluppo economico sostenibile trainato dall’innovazione. Le politiche mission oriented, come la missione di “andare sulla Luna”, hanno il vantaggio di coinvolgere diversi settori dell’economia e della società, nonché di indirizzare la crescita verso una precisa direzione. L’utilizzo delle committenze pubbliche (public procurement) o di premi per l’innovazione, ha il merito di stimolare soluzioni e progetti che partono dal basso e che talvolta possono anche fallire, anche se di questo non ci si dovrebbe preoccupare troppo. La capacità di intraprendere rischi, di esplorare e sperimentare nuove possibilità deve essere parte del processo di apprendimento di un nuovo modello di organizzazioni pubbliche. Questo è ciò che stiamo cercando di realizzare con il gruppo MOIN (Mission oriented innovation network), una rete di organizzazioni del settore pubblico, provenienti da tutto il mondo, che ambiscono a realizzare politiche mission-oriented.

 

Quali mission dovrebbe darsi l’Europa?

Una, se non la principale sfida del futuro immediato, che l’Unione Europea dovrebbe affrontare è il problema del cambiamento climatico. In questo senso, le mission possono essere applicazioni pratiche delle sfide ambientali: città a zero produzione di CO2, de-plastificare il fondo degli oceani eccetera. C’è da augurarsi, quindi, che nel nuovo programma europeo Horizon Europe vi siano le risorse e l’ambizione per iniziare missioni cruciali come per esempio una vera e propria “guerra al riscaldamento globale”. E si sa che l’unica cosa che conta in una guerra è vincerla.

 

Quali sono a suo giudizio gli interventi necessari per valorizzare maggiormente i risultati della ricerca pubblica in Italia?

Credo che si debba iniziare ad adottare dei criteri di valutazione dei risultati della ricerca dinamici, che vadano oltre i meri criteri bibliometrici o legati al rispetto di analisi costi e benefici. La ricerca pubblica deve essere valutata per l’enorme potenziale di spillover di conoscenza che può generare in un sistema nazionale di innovazione complesso. Inoltre, è importante la dimensione longitudinale: la ricerca, come l’innovazione, è incerta, cumulativa e collettiva, nel senso che coinvolge diversi attori: per ottenere risultati occorre allungare l’orizzonte temporale di valutazione e occorre “dare tempo” e certezze, anche materiali, legate ai contratti di lavoro al personale coinvolto.


L’ENEA sta attuando un programma triennale di Proof of Concept da sviluppare in collaborazione con le imprese, con un investimento di 2,5 milioni di euro. Come valuta una simile iniziativa nel contesto dei programmi di innovazione a livello nazionale e internazionale?

Positivamente per gli intenti, ma insufficiente per scala e discutibile per modalità. Non è certamente colpa dell’ENEA, ma istituzioni simili come ARPA-E negli Stati Uniti hanno una potenza di fuoco finanziaria di gran lunga maggiore. Il solo Dipartimento per l’Energia destina all’incirca 8 miliardi di dollari in ricerca legata al settore dell’energia. Inoltre, l’approccio è, o perlomeno è stato, fondamentalmente diverso: la ricerca è stata autonoma e motivata da pure curiosità di investigazione. La collaborazione con le imprese nella ricerca è utile, ma non deve diventare un’ossessione. Lo ammise, quasi richiese, la stessa IBM qualche decennio fa: quando si tratta di ricerca di base, il governo deve fare ricerca libera, svincolata dai requisiti delle imprese che le applicazioni le sanno già fare in molti casi. L’ENEA, in quanto agenzia pubblica per la ricerca in ambito energetico, dovrebbe quindi adottare una filosofia di ricerca di matrice curiosity-driven, motivata dall’ottenimento di premi finali che possano espandere i limiti della conoscenza in nuove aree, creando quindi opportunità per eventuali applicazioni. Sempre che vi sia la volontà e la capacità da parte delle imprese del sistema industriale di destinare ingenti risorse alla ricerca applicata ed allo sviluppo. Un altro problema tipicamente italiano, diventato sempre più grave, è che nel corso delle privatizzazioni degli ultimi 25 anni gli ottimi laboratori di R&S delle principali aziende a partecipazione statale (CSELT, CSM, Ansaldo Ricerche ecc.) sono stati ridimensionati o smantellati. Non è un caso che la spesa in R&S rispetto al PIL delle imprese italiane sia rimasta pressoché la stessa dei primi anni ‘90, a livelli notoriamente più bassi di paesi europei simili (Francia, Germania), mentre quelle cinesi spendono ormai una quota quasi doppia.

 

Che cosa servirebbe allora al nostro Paese?

Quello che serve in Italia è ripensare il rapporto tra il settore pubblico e privato, anche nell’area della ricerca, dove troppo spesso si è sviluppato un rapporto parassitario che vede gli enti ed i laboratori pubblici massicciamente sotto-finanziati ed alcune imprese private ricevere milioni di euro in ammortamenti e sgravi fiscali (come quelli contenuti nel programma Industria 4.0) per spese in R&S che avrebbero comunque fatto. Sussidi che hanno come risultato l’aumento artificiale dei profitti, senza che questo si traduca nella cosiddetta “addizionalità” di investimento.

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