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Regole chiare, semplici e flessibili per far decollare una ‘vera’ economia circolare
 

Il dibattito che si è sviluppato nel nostro Paese sull’economia circolare desta una certa inquietudine per due motivi in particolare:  l’approccio semplicistico di quanti ritengono che tale modello economico si sia già avverato e coincida con le buone performance registrate dal comparto del riciclo ben radicato in Italia nel modello di economia lineare, e la rigidità e chiusura con la quale la politica ha affrontato e non risolto il tema dell’End of Waste, dopo la sentenza del Consiglio di Stato del febbraio 2018. E invece, per l’avvento di una reale economia circolare è centrale la definizione di regole chiare, semplici, flessibili

Andrea Flutterodi Andrea Fluttero, Presidente di FISE-UNICIRCULAR, Associazione delle Imprese dell’Economia Circolare

La scelta compiuta dall’Unione Europea di emanare un pacchetto di direttive che sostengano la transizione da un modello di economia lineare ad uno circolare trova abbondanti e significative motivazioni nella limitatezza delle risorse e nella preoccupazione dovuta al drastico aumento del consumo di materie prime a livello globale verificatosi nell’ultimo secolo. Questa scelta, concretizzatasi con il pacchetto di direttive pubblicato il 4 luglio 2018, rappresenta inoltre una importante opportunità per promuovere in Europa occupazione nel settore della "decostruzione" di prodotti a fine vita.

Il dibattito che si è sviluppato in Italia in questi mesi sul tema dell’economia circolare desta però una certa inquietudine, per due motivi in particolare. Da un lato, si assiste ad un approccio semplicistico di quanti ritengono che tale modello economico si sia sostanzialmente già avverato e coincida con le buone performance registrate dal comparto del riciclo ben radicato in Italia nel modello di economia lineare; dall’altro, risulta ancor più grave la rigidità e la chiusura con la quale la politica ha affrontato e non risolto il tema dell’End of Waste (cessazione della qualifica di rifiuto di prodotti e materiali), determinato dalla ben nota sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018.

La situazione oggi è ben diversa da quanto alcuni prospettano ottimisticamente: l’economia circolare proposta dall’Europa è tutta da costruire. Certamente tale processo potrà radicarsi sulle solide basi del settore delle imprese italiane del riciclo, ma dovrà andare ben oltre e promuovere un profondo ripensamento di ogni anello della catena economica, a partire dall’eco-progettazione – grazie alla quale in futuro ogni prodotto dovrà essere realizzato in modo da garantire la sua riparabilità e la sua riciclabilità – per poi proseguire con un consumo consapevole, un aumento della qualità delle raccolte dei rifiuti, lo sviluppo di attività di preparazione al riuso, l’aumento della capacità degli impianti di riciclo, una normativa chiara e flessibile sull’End of Waste, la costruzione di un mercato privilegiato per le materie prime seconde e la dotazione impiantistica per la gestione dei rifiuti prodotti dalle fasi di riparazione, recupero e riciclo.

Alla base di questa trasformazione sta il radicale cambiamento del concetto di rifiuto, che nella nostra economia lineare definisce tutto quello che non serve più e che le autorità competenti hanno in qualche modo l’esigenza di controllare, al fine di evitare pericoli per l’ambiente. È pur vero che in questo contesto lineare è nata e si è sviluppata una economia del riciclo, ma essa ha trovato la sua iniziale ragione d’essere proprio come servizio ausiliario alla funzione principale, ovvero quella dello smaltimento (ed infatti l’uno e l’altro hanno la radice nel concetto del “disfarsi”).

illustrazioneL’auspicato modello di economia circolare richiede ora una profonda trasformazione di questo concetto di rifiuto, da un ammasso indistinto di oggetti e scarti da smaltire a un modello nel quale i prodotti a “fine vita” ed i materiali di scarto, correttamente conferiti, alimentano centinaia di filiere industriali di riuso e riciclo (deproduzione), speculari a quelle di produzione e consumo, ciascuna governata dalle proprie dinamiche di mercato e da leggi analoghe a quelle regolano l’uso delle materie prime per la realizzazione di prodotti, come il rispetto dei requisiti ambientali e il controllo della presenza di sostanze chimiche pericolose per la salute umana.

Nel modello di economia lineare, tuttora in essere, ha preso forma e si è consolidato il concetto di EPR, responsabilità estesa del produttore. Nel passaggio ad un’economia circolare, il ripensamento di ogni anello della catena richiede una evoluzione di questo principio, che, senza diluire la responsabilità del produttore, aumenti il coinvolgimento e la responsabilizzazione estesa di tutta la filiera.

Quanto si è verificato in Italia negli scorsi mesi in merito al problema End of Waste ci fa comprendere come, pur nell’importanza del ripensamento di ogni anello della catena economica, per l’avvento di una reale economia circolare resta centrale la definizione di regole chiare, semplici, flessibili, che garantiscano agli operatori di poter certificare la cessazione della qualifica di rifiuto dei prodotti preparati per il riuso o dei materiali ottenuti dal riciclo. Senza risolvere questo nodo, tutto il sistema si blocca perché è di tutta evidenza che nessuno comprerà mai prodotti o materiali che siano ancora classificati come rifiuto. La direttiva UE 2008/98, come emendata dalla direttiva 2018/851, all’articolo 6 definisce in modo chiaro quelle che sono le “condizioni” ed i “criteri dettagliati” che prodotti e materiali devono rispettare per poter ottenere la de-classificazione dalla condizione di rifiuto.
Sempre lo stesso articolo ribadisce che tali condizioni e criteri devono essere alla base dei regolamenti nazionali e, all’occorrenza, delle autorizzazioni “caso per caso” che possono essere rilasciate dalle autorità competenti. Questa formulazione garantisce un quadro solido, omogeneo a livello europeo e sufficientemente flessibile, tale da poter affrontare un mercato che è in continua evoluzione in termini di innovazione di prodotto, uso di materie prime sempre più sofisticate e tecnologie innovative per il riciclo.

Il mondo delle imprese italiane del riciclo è pronto ad affrontare questa sfida, ma chiede pari dignità con tutti gli altri anelli della catena economica e la disponibilità della politica ad ascoltare chi in questi anni si è fatto carico di investimenti in ricerca ed in impianti che hanno consentito di raggiungere importanti obiettivi di riciclo, facendo crescere competenze e conoscenze. Solo così il nostro Paese potrà approvare leggi concrete, efficaci e non velleitarie e affrontare e vincere la sfida della transizione del nostro modello economico da lineare a circolare, dando il proprio contributo allo sforzo globale per contrastare i cambiamenti climatici attraverso un uso efficiente delle risorse naturali e la riduzione dei consumi energetici. Con il non trascurabile beneficio di un aumento della crescita economica e dell’occupazione.

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