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Centro commerciale a Porto Marghera

Presidente Gradara, che cosa significa la transizione verso il modello di economia circolare dal punto di vista operativo e progettuale, per il settore della Distribuzione Moderna Organizzata in Italia? Sono convinto che la transizione da un’economia lineare verso un’economia circolare sia l’occasione per dare impulso alla competitività aziendale, mettendo al contempo al riparo dalla scarsità di risorse e creando nuove occasioni di sviluppo. Per trarre appieno i benefici da questo passaggio per certi versi epocale, occorre lavorare su un cambio dei modelli organizzativi e sull’introduzione e, soprattutto, sulla gestione delle nuove tecnologie, scelte che impattano anche sull’organizzazione del lavoro, che dovrà inevitabilmente essere ripensata. È necessario quindi un profondo cambio di mentalità da parte degli imprenditori, che devono inserire questa evoluzione nelle priorità delle proprie strategie aziendali. Che ruolo potete avere in questo contesto? Un ruolo strategico, a livello Paese, nell’evoluzione verso un’economia circolare e nella diffusione di modelli di consumo più sostenibili ed efficienti, proprio per la posizione che ricopriamo all’interno della filiera, a diretto contatto con il consumatore. Nei nostri punti vendita comprano ogni settimana 60 milioni di persone e sono le loro richieste, orientate verso acquisti eticamente più consapevoli, a spingerci ancor di più nella ricerca di soluzioni innovative per ridurre gli scarti e i rifiuti, ottimizzare la produzione e la commercializzazione di beni e servizi, favorire la rigenerazione dei materiali e migliorare l’utilizzo delle risorse. Ci sono già esempi concreti di attività in questa direzione? Sì, tra le nostre aziende associate, alimentari e non, molte rappresentano una vera e propria avanguardia nel campo della sostenibilità, lavorando da tempo su questi temi dell’economia circolare. Altre stanno accelerando molto in questa direzione, ponendola al centro delle proprie strategie di sviluppo. Per altre ancora i passi decisivi stanno arrivando ora ma la direzione è chiara ed è già stata intrapresa. La strada del cambiamento è evidente per tutti: vi è un crescente utilizzo consapevole delle risorse; si moltiplicano i programmi di riduzione degli imballi sui prodotti a Marca del Distributore; si assiste a un aumento del riciclo dei materiali e dei livelli di raccolta differenziata dei rifiuti; la logistica diventa sempre più efficiente attraverso l’utilizzo di mezzi a minor impatto ambientale, razionalizzazione dei percorsi, trasporti a pieno carico; tutte le aziende del food hanno programmi di riduzione degli sprechi alimentari e donazione delle eccedenze. Le aperture di nuovi punti vendita sono improntate verso modelli di eco-compatibilità e anche il lavoro sui negozi esistenti, tramite ristrutturazioni, si muove nella stessa direzione. Come si inserisce il Bilancio di Sostenibilità di Settore (BSS) in questo contesto? Vuole essere una vetrina, un lungo storytelling capace di raccontare la Distribuzione Organizzata in un modo diverso, attraverso casi di successo e innovazione. Mi preme inoltre ricordare che siamo stati la prima associazione in Italia a realizzare un bilancio “di settore” in tempi non sospetti, già nel 2012, fornendo una visione d’insieme capace di dare un’immagine complessiva di un comparto in movimento verso un nuovo modello di sviluppo. Nell’edizione del 2020, la quarta, ci sarà un capitolo dedicato all’economia circolare che testimonierà concretamente l’impegno delle imprese aderenti a Federdistribuzione. Avete proiezioni sulle possibili ricadute ambientali, economiche e la creazione di nuova occupazione? A livello di singola impresa questo tipo di valutazioni sono molte e in costante aggiornamento mentre, a livello di settore, stiamo impostando una metodologia seria per ottenere indicatori efficaci. Anche in questo caso il nostro BSS si pone all’avanguardia, iniziando a misurare i trend più significativi. Abbiamo verificato, ad esempio, che l’81% delle imprese ha scelto di utilizzare anche energie rinnovabili, un dato in aumento del 24% rispetto al precedente rilevamento; o ancora, che il 60% delle aziende ha adottato programmi di riduzione del consumo dell’acqua. Con il progetto di filiera LIFE.Food.Waste.StandUp, dedicato alla lotta allo spreco e alla donazione delle eccedenze alimentari, abbiamo ottenuto risultati importanti con un incremento, negli ultimi tre anni, delle donazioni delle imprese aderenti a Federdistribuzione verso il Banco Alimentare del 38%, con un aumento dei punti vendita coinvolti del 27%. Le ricadute ambientali sono dunque tangibili così come lo sono i benefici sociali ed economici, dovuti al maggior risparmio di risorse. Dal punto di vista occupazionale, stanno emergendo nuove figure professionali e nuovi mestieri, molti dei quali già operativi nei nostri organici, che potremmo definire “professioni green”. Sono questi i profili in grado di guidare il cambiamento di tutta l’impronta aziendale. Un punto rimarcato anche nel protocollo sottoscritto con ENEA. E le ricadute sulla filiera e sull’indotto? Questi processi in atto nelle nostre imprese hanno impatti anche sulle economie locali. I punti vendita delle aziende distributive sono infatti estremamente radicati nel territorio che li ospita e stringono con le altre realtà circostanti profonde relazioni che si traducono nel coinvolgimento su molte iniziative e questo è l’impulso, anche in materia di sostenibilità ambientale, che vogliamo e possiamo dare. Allo stesso modo, la distribuzione rappresenta il punto finale di una filiera alla quale diamo costantemente stimoli per affiancarci in questa trasformazione, e la visione comune sui principi di economia circolare diventa fattore di scelta dei partner con i quali collaborare. Il primo Rapporto sull’economia Circolare in Italia colloca il nostro Paese in pole position in Europa per livello di performance, ma evidenzia anche il rischio di un rallentamento. A suo giudizio quali potrebbero essere le criticità più rilevanti per il sistema che rappresentate? Non vedo un vero pericolo di passi indietro, perché siamo di fronte a un processo ineludibile. Il vero tema riguarda però la velocità: il rischio è quello di essere troppo lenti come sistema Paese a causa delle generali difficoltà economiche e delle troppe incertezze sul futuro che frenano gli investimenti delle imprese, facendo perdere efficienza e competitività. Un rischio complessivo che potrebbe riguardare anche il nostro settore. D’altra parte i processi di conversione, come quello che interessa il passaggio verso l’economia circolare, sono complessi e richiedono del tempo. Le attività devono essere sinergiche tra tutti i soggetti della filiera, in un clima di forte collaborazione. Solo lavorando insieme si possono cambiare realmente i comportamenti con il giusto passo. E i punti di forza? Il vero punto di forza è la consapevolezza della necessità di un forte cambiamento che sta permeando il mondo imprenditoriale: la presa di coscienza che sostenibilità, responsabilità sociale d’impresa ed economia circolare sono e saranno sempre più fattori competitivi ed economici per le imprese. È necessario però che si determini un contesto dove ogni attore faccia la sua parte, ma con l’idea comune di agire in un ambito di sistema. Più in generale, quali azioni sono a suo giudizio necessarie per far realmente decollare l’economia circolare nel nostro Paese? Il cambiamento, che è già in atto, riceve la spinta propulsiva dal mondo delle imprese, ma deve essere incentivato e sostenuto dalle istituzioni. Senza il sostegno delle istituzioni, con misure capaci di accompagnare e assecondare questo percorso, non si possono ottenere risultati significativi, soprattutto in un momento – che ormai perdura da anni – di consumi deboli che rallentano gli investimenti. Interventi normativi per lo snellimento burocratico, regole semplificate e l’introduzione di incentivi fiscali, potrebbero essere misure incoraggianti per una completa transazione verso l’economia circolare. Come potrebbe risultare determinante un quadro regolatorio stabile che consenta certezza delle regole, senza le quale per le imprese risulterebbe difficile predisporre un efficace e incisivo piano di investimenti.

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