Copertina della rivista
uomo seduto accanto ad un robot

Ma le macchine possono pensare?

di Massimo Sideri

DOI 10.12910/EAI2025-008

C'è da chiedersi se siamo tutti vittime di un'illusione di massa a vedere quanti frammenti, collegamenti, connessioni e fili stanno emergendo ad annodare e stringere due mondi così distanti: l'intelligenza artificiale da una parte e le suggestioni letterarie e saggistiche del Novecento dall'altra.

Massimo Sideri

Massimo Sideri

Inviato ed Editorialista del Corriere della Sera

C'è da chiedersi se siamo tutti vittime di un'illusione di massa a vedere quanti frammenti, collegamenti, connessioni e fili stanno emergendo ad annodare e stringere due mondi così distanti: l'intelligenza artificiale da una parte e le suggestioni letterarie e saggistiche del Novecento dall'altra. È noto che il padre naturale dell'AI è Alan Turing. Si è posto la domanda del nuovo secolo (il nostro): le macchine possono pensare? Ma a consumare il tempo in un esercizio di resilienza analogica (sfogliare vecchi libri) c'è da rimanere colpiti dalla quantità di suggestioni che hanno riempito le giornate di grandi scrittori e letterati. Primo fra tutti (ma non ultimo) Italo Calvino che già negli anni Sessanta teneva delle conferenze internazionali sulla prima primavera dell'AI. Consiglio di leggere (studiare) il saggio "Cibernetica e fantasmi" dove Calvino anticipa l'arrivo di una macchina scrivente (non da scrivere) come evoluzione dell'informatica. Oggi la chiamiamo ChatGPT ma solo perché non siamo stati abbastanza veloci nel battezzarla CalvinoGPT. Leggere per credere.

Il caso di Primo Levi

Come anticipato non fu l'unico. Primo Levi è un altro caso forse meno noto ma per certi versi più impressionante: scrisse il "Versificatore", racconto in cui immaginava che le macchine potranno aiutare i poeti a scrivere versi, semplicemente immettendo le caratteristiche preferite: endecasillabi, componimento breve, argomento: "il lavoro del futuro". Quello che oggi chiamiamo prompt, la richiesta. Sul suo soggetto venne anche girato un mini film dalla Rai che oggi potete trovare su YouTube. Qui è interessante aprire una piccola parentesi: Calvino era l'editor per l'Einaudi di Levi. Scrisse lui, probabilmente, la biografia sulla terza di copertina, sottolineando che Levi, già famoso per "Se questo è un uomo", era un "chimico". Un particolare che per Calvino - che si considerava la pecora nera della propria famiglia per non averne seguito le pulsioni scientifiche - era molto importante. Per tutta la vita lo scrittore che era nato a Cuba ma si divertiva a spacciarsi per sanremese (una allucinazione?) si dedicò alla lettura di riviste scientifiche che daranno poi vita in particolare alle Cosmicomiche, tentativo di affrancare la fantascienza dagli schemi in cui era ricaduta.

Dunque, scienza e letteratura. Insieme. Non potremmo ipotizzare che facciano parte entrambe di quella ricetta che porta allo sviluppo di tecnologie? Allora ecco un altro esempio. Meno visibile eppure concreto: passiamo a Borges e alla sua "Biblioteca di Babele" che contiene tutti i libri possibili, infiniti, che si possono ottenere dalla combinazione di 25 simboli (lettere più una punteggiatura scarnificata). In altre parole: un algoritmo che combini le lettere come fossero numeri, combinazioni. Vi ricorda qualcosa? Come era possibile che la stessa suggestione tornasse in autori così distanti? (Anche se è vero come Calvino incontrò Borges. Lo scrittore argentino  teneva strette relazioni con l'Italia che, allora, piccola nota malinconica, era considerata ancora uno dei centri più luminosi della letteratura).

Rendere le macchine accessibili

A rileggere sempre quei vecchi libri si scopre che il dibattito sulla scrittura come arte combinatoria era internazionale. In particolare oltre ai matematici russi se ne occupò l'Oulipo, l'Officina delle letterature potenziali (oggi diremmo letterature algoritmiche), in cui oltre che Calvino militava Raymond Queneau (non a caso autore di "Centomila miliardi di poesie"). La storia dell'umanità come ricombinazione infinita sempre della stessa trama. Non a caso un altro amante delle domande faceva dire al vecchio frate cieco de "Il Nome della Rosa" (Borgus, chiaro riferimento a Borges) che il compito delle biblioteche era preservare la conoscenza. Non diffonderla. Insomma quelle tracce e quei frammenti di cibernetica e GPT ante litteram non sono un caso di illusione di massa ma l'output di precisi input che il dibattito si diede al tempo. E che i letterati accettarono. È forse questa la vera considerazione su cui soffermarsi: lo scomparso padre del Basic, Thomas Kurtz, aveva l'obiettivo di rendere le macchine accessibili a filosofi, umanisti, artisti grazie a un linguaggio semplice che nascondesse i codici dietro comuni lemmi dell'inglese, come THEN.  Quanto di quella promessa è stata mantenuta? Quanti umanisti oggi sono pronti ad accettare la sfida di dare forma al nuovo mondo della conoscenza che fuoriuscirà dal nuovo Deus ex Machina-GPT?

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